Frate fuoco. Perchè il mondo bruci di Vangelo

"Sono venuto a portare il fuoco sulla terra,
e come vorrei che fosse già acceso." (Luca 12,49)

Biografia

Frate Antonio Belpiede è nato a Cerignola il 26 luglio 1958 (lo stesso giorno di Mike Jagger e Carl Gustav Jung, sottolinea sorridendo).

Divenuto frate minore cappuccino nel 1981 e presbitero dal 1988, è giurista civile e canonico, vicerappresentante legale dell’Ordine dei Cappuccini e professore di Diritto Canonico presso gli studi teologici di Campobasso e Bouar (Repubblica Centrafricana).

E’ vicario provinciale e portavoce dei cappuccini di Sant’Angelo e Padre Pio e assistente spirituale dell’Ordine francescano secolare di Puglia e Molise, predicatore in Nord America, giornalista, direttore de ‘L’amico del Terziario’ e poeta.

Ha pubblicato due volumi di poesia, ‘Il guado’, ‘Il segreto del fuoco’ e un testo di catechesi per i gruppi della Gioventù francescana d’Italia ‘Avrete forza dallo spirito santo’. L’ultimo libro che ha letto è ‘La formazione del pensiero giuridico moderno’ di Michel Villey.

Da nove anni è superiore del Convento padre Pio giovane in Serracapriola, il più antico insediamento cappuccino in Puglia la cui costruzione risale al 1536 e che, restaurato in questi anni, è divenuto luogo di accoglienza per laici e centro di relazioni internazionali.

“Il Convento – racconta frate Antonio- appartiene ai primordi della cosiddetta ‘Bella e Santa riforma Cappuccina’. Nella sua lunga storia è stato centro di studi teologici. Tra i personaggi illustri che vi hanno dimorato ci sono padre Matteo d’Agnone, ministro provinciale, teologo e potente esorcista, morto nel 1616, e padre Raffaele da Sant’Elia a Pianisi, detto il monaco santo, morto nel 1901. Entrambi ebbero il dono della capacità delle profezie e dei miracoli”.

Ma il personaggio più famoso passato per questo convento è certo padre Pio da Pietrelcina. Tra il 1907 e il 1908 qui lavorava, pregava e studiava teologia, e i frati raccontano anche che “chiamato a come tutti i giovani frati a pigiare l’uva nel tino per produrre il vino per la Santa messa, poco più che ventenne, sottovalutò il potere inebriante dell’alcool e prese l’unica sbornia della sua vita, senza bere una goccia di vino”. Narrano pure che piangesse spesso in coro “durante l’orazione tanto da essere scherzosamente additato come ‘piagnone’. In realtà come già era accaduto a San Francesco addentrandosi nel mistero della passione del Signore”.

Tra il novembre del 1998 e il febbraio 2001 i frati hanno completato un vasto restauro conservativo che ha ricordato ora l’antica bellezza delo stabile cinquecentesco e ha rimesso in luce le tre cellette di Matteo d’Agnone, Raffaele da Sant’Eliaa Pianisi e di S.Pio da Pietrelcina.

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